Isole galleggianti vegetate per il Canal Bianco: come restituire natura al cuore di Adria
Un fiume dentro la città, un parco intorno alla città
Chi cammina lungo le rive del Canal Bianco ad Adria vive una contraddizione tutta polesana. Il canale — che gli antichi chiamavano Adriano, prima ancora che dal suo nome nascesse quello del Mar Adriatico — attraversa il centro cittadino tra sponde murate, scalinate d'attracco e palazzi di impronta veneziana, testimonianza di secoli di traffico fluviale e di bonifica. È un paesaggio urbano di grande fascino storico, ma dal punto di vista ecologico è tutt'altro che un fiume: argini in muratura, fondali regimentati, nessuna fascia di vegetazione spondale, nessuna delle "zone di transizione" tra acqua e terra che normalmente ospitano la vita di un corso d'acqua.
Eppure questo tratto rientra a pieno titolo nel Parco Regionale Veneto del Delta del Po — una delle zone umide più importanti d'Europa. Ed è proprio questa la contraddizione da cui parte la nostra proposta: non è raro vedere aironi volteggiare anche sopra Piazza Castello, segno che la fauna prova comunque a colonizzare la città, ma lo fa senza trovare rifugi, punti di sosta o superfici vegetate dove nidificare o cacciare. Il potenziale ecologico c'è; manca l'habitat.
La proposta: isole galleggianti vegetate
L'idea è di introdurre nel tratto urbano del Canal Bianco delle isole galleggianti vegetate (in inglese Floating Treatment Wetlands, FTW, o anche Artificial Floating Islands): piattaforme flottanti, ancorate ma non fissate al fondale né alle sponde, sulle quali si sviluppa una copertura di piante palustri ed elofite (cioè piante radicate sott'acqua ma con la parte aerea emersa, come cannuccia di palude, tifa, iris giallo).
Il punto di forza di questa soluzione, che la rende particolarmente adatta a un canale regimentato come il Canal Bianco, è che galleggia: non occupa la sezione utile al deflusso dell'acqua né restringe l'alveo, a differenza di un intervento di rinaturalizzazione spondale tradizionale, che richiederebbe di modificare le sponde murate. È quindi una misura compatibile con la funzione idraulica, installabile e rimovibile senza opere strutturali.
Il meccanismo della fitodepurazione
Da un punto di vista tecnico, un'isola galleggiante vegetata è composta da una struttura di supporto (spesso stuoie o biostuoie in fibra di cocco, materiale naturale, biodegradabile e privo di plastica) su cui vengono messe a dimora le piante. Le radici, invece di affondare in un substrato solido, si sviluppano libere in acqua, in un sistema che funziona come una sorta di idroponica naturale.
Attorno a questo apparato radicale si forma un biofilm, cioè una comunità di microrganismi che colonizza le radici sommerse. È qui che avviene la maggior parte del lavoro di depurazione: i processi di nitrificazione e denitrificazione trasformano l'azoto disciolto, mentre il fosforo viene in parte assorbito direttamente dalle piante e in parte trattenuto per adsorbimento e sedimentazione sulle superfici radicali. La letteratura scientifica su questi sistemi, ormai piuttosto ampia, riporta tassi di rimozione dell'azoto totale nell'ordine di alcuni grammi per metro quadro al giorno e riduzioni del fosforo totale che, a seconda delle specie vegetali e delle condizioni, possono superare il 40-90% nei sistemi sperimentali con specie come Thalia dealbata, Iris pseudacorus e Pontederia. Va detto con onestà scientifica che l'efficacia dipende molto dalla copertura vegetale, dal tempo di permanenza dell'acqua e dalla specie scelta: una copertura del 18% della superficie del bacino produce riduzioni nettamente maggiori rispetto a una copertura del 9%, e diversi studi sottolineano che la maggior parte dei nutrienti si accumula nelle radici, per cui uno sfalcio periodico delle piante è necessario per un'asportazione effettiva e duratura dei nutrienti dal sistema.
Non solo depurazione: un rifugio per la biodiversità
Il secondo obiettivo della proposta — forse il più visibile per chi vive la città — è la funzione di habitat. Le isole vegetate creano superfici emerse e riparate che il tratto urbano del Canal Bianco oggi non offre affatto: punti di sosta e alimentazione per l'avifauna acquatica (aironi, ma anche folaghe, gallinelle d'acqua, e potenzialmente sternidi se si scelgono isole con substrato ghiaioso dedicato alla nidificazione), rifugio per invertebrati acquatici e, indirettamente, punti di aggregazione per la fauna ittica che trova ombra e riparo sotto l'apparato radicale. In sostanza, l'isola funziona da "isola ecologica" nel senso letterale del termine: un frammento di habitat naturale reintrodotto in un contesto totalmente artificializzato, capace di aumentare la connettività ecologica lungo il corridoio fluviale anche dove le sponde non possono essere rinaturalizzate.
Non è un'idea isolata: esperienze italiane ed europee
Questa proposta si inserisce in un filone di interventi già sperimentati altrove. In Italia, isole galleggianti a fini di fitodepurazione e tutela della biodiversità sono state installate al Lago Trasimeno (il progetto LIFE Imagine le utilizza per sostenere il canneto e proteggere habitat di libellule e altre specie), sul Naviglio Pavese e a Rovereto. A livello europeo, l'esempio più noto è probabilmente Parkipelago a Copenaghen (le cosiddette "Copenhagen Islands"), che ha dimostrato come piccole isole galleggianti possano trasformare porti e canali urbani, tradizionalmente considerati spazi solo industriali, in ambienti condivisi tra città e natura — un modello di rigenerazione urbana che non richiede grandi opere infrastrutturali e che sta iniziando a essere replicato anche in altre città italiane.
Una proposta a misura di città fluviale
Per una città come Adria (ma anche Loreo...), il cui rapporto con l'acqua è identitario prima ancora che ecologico, le isole galleggianti vegetate rappresentano un intervento a basso impatto e reversibile, capace di tenere insieme tre obiettivi che raramente convivono in un unico progetto: migliorare la qualità dell'acqua attraverso processi naturali di fitodepurazione, restituire habitat alla fauna in un tratto fluviale oggi privo di naturalità, e valorizzare il paesaggio urbano, trasformando il Canal Bianco da semplice canale di servizio a elemento vivo del tessuto cittadino — coerente, tra l'altro, con lo status di Parco del Delta del Po che il tratto già formalmente possiede ma che nella pratica quotidiana della città fatica a manifestarsi.
È un intervento piccolo nella scala, ma non nel significato: dimostra che la rinaturalizzazione di un fiume urbano non richiede necessariamente di "disfare" la città storica costruita sulle sue rive, ma può convivere con essa, aggiungendo un tassello di natura dove prima non c'era spazio per inserirlo.
Sitografia:
https://www.euland.biz/category/isole/#
https://www.realizzazionebiolaghi.it/it/Descrizione/items/1.html
https://www.euland.biz/category/aquagreen/




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