Sindaca di Rovigo e trivelle in Adriatico: tre errori che non si possono ignorare

Valeria Cittadin ha scelto di non marciare con gli altri trenta sindaci del Polesine contro le trivellazioni nell'Alto Adriatico. La sua giustificazione — il gas come strada verso l'autosufficienza energetica — non regge a un esame di cinque minuti. Ecco perché.

Adria, 4 marzo 2026

Il 21 febbraio scorso, oltre trenta sindaci del Polesine sfilavano ad Adria in un fronte comune contro le trivellazioni nell'Alto Adriatico. Il comune capoluogo era assente. La sindaca Valeria Cittadin ha poi spiegato la sua scelta con una posizione che ha isolato Rovigo dal resto del territorio: le estrazioni di gas, ha detto, potrebbero essere una strada percorribile verso l'autosufficienza energetica nazionale — purché non causino subsidenza. E comunque, ha aggiunto, c'è bisogno di abbassare il costo dell'energia per le imprese.
È una posizione che va smontata punto per punto. Non per polemizzare, ma perché si fonda su tre errori fatali — uno aritmetico, uno di meccanismo di mercato, uno di visione strategica — che i fatti contraddicono senza possibilità di appello.

Errore n.1: i numeri sull'autosufficienza non tornano


Partiamo dall'aritmetica. L'Italia consuma ogni anno circa 63 miliardi di metri cubi di gas. Le riserve certe totali del sottosuolo nazionale — non solo Adriatico, tutto il Paese — ammontano a circa 40 miliardi di metri cubi: poco più di sette mesi di consumo. Estrarre tutto e subito è tecnicamente impossibile, ma anche solo come dato teorico, il concetto di "autosufficienza" crolla da solo.
La produzione nazionale nel 2025 ha raggiunto 3,3 miliardi di metri cubi: il 5% del fabbisogno. Nello scenario più ottimistico — pozzi aperti ovunque, massimo sfruttamento — gli esperti stimano una produzione di 7-8 miliardi di metri cubi l'anno: il 12% della domanda. Non è autosufficienza. È una percentuale che non cambia la dipendenza strutturale dell'Italia dalle importazioni.
Ma c'è di più: anche quel 12% non è "meglio di niente". Ogni nuovo pozzo richiede mediamente 7-10 anni tra iter autorizzativo, progettazione e avvio della produzione. Nel frattempo, le concessioni vincolano il territorio per decenni. Ogni euro investito in infrastrutture estrattive fossili è un euro tolto alla transizione rinnovabile. E soprattutto: un incremento marginale dell'offerta italiana non sposta di un centesimo il prezzo internazionale del gas. Il TTF di Amsterdam non si accorgerebbe nemmeno di questi volumi. E nemmeno il PSV italiano…

Errore n.2: il gas estratto qui non abbassa la bolletta


C'è una convinzione istintiva, comprensibile, che produrre gas in casa propria significhi pagarlo meno. Il mercato energetico europeo funziona in modo esattamente contrario.
Il prezzo in bolletta è determinato dal meccanismo del "prezzo marginale": viene fissato dalla fonte più cara impiegata in quel momento per produrre elettricità. In Italia, quella fonte è quasi sempre il gas. Il settore termoelettrico assorbe oltre il 34% dei consumi nazionali di metano, e ogni oscillazione del TTF di Amsterdam si trasferisce automaticamente sulla bolletta della luce di ogni famiglia e di ogni impresa.
ENI e le altre compagnie concessionarie vendono il gas estratto in Italia al prezzo di mercato internazionale. Nessuna norma le obbliga a fare diversamente. Quindi: più trivelle in Adriatico non significa gas più economico per i rodigini, per le imprese del Polesine, né per nessun altro contribuente italiano. Significa solo più gas immesso su un mercato globale che ne fissa autonomamente il prezzo.
L'unico modo per sganciare davvero le bollette dalla volatilità dei combustibili fossili è diversificare il mix energetico verso le rinnovabili: sole e vento non hanno un prezzo di mercato, non dipendono da nessun fornitore estero, non subiscono crisi geopolitiche.

Errore n.3: l'Iran sta dimostrando, adesso, dove porta questa strada


C'è una lezione in corso, in tempo reale, sul rischio di continuare a puntare sui combustibili fossili. Si chiama crisi dello Stretto di Hormuz.
Il conflitto esploso a fine febbraio 2026 tra Stati Uniti, Israele e Iran ha bloccato uno dei corridoi energetici più critici del pianeta: attraverso Hormuz transita circa un quinto del consumo petrolifero mondiale. In pochi giorni il prezzo del gas naturale ad Amsterdam è salito del 39%, raggiungendo i livelli più alti dall'ottobre 2022. Le stime sugli aumenti in bolletta per le famiglie italiane parlano già di 120-170 euro in più all'anno.
Il problema non è congiunturale: è strutturale. Circa il 25% del GNL consumato dall'Italia nel 2025 proveniva dal Qatar, e tutto quel gas passa per Hormuz prima di arrivare ai nostri rigassificatori. ENI ha contratti a lungo termine con QatarEnergy che partono proprio dal 2026. Nessun giacimento adriatico avrebbe potuto coprire quei volumi, nemmeno se fosse stato aperto dieci anni fa.
La crisi iraniana dimostra con brutalità quello che gli analisti energetici ripetono da anni: la vera sicurezza energetica non si compra con più trivelle, ma uscendo dalla dipendenza da una fonte il cui prezzo è per definizione in balia della geopolitica mondiale. Le rinnovabili sono l'unica energia davvero "italiana": prodotta qui, indipendente da Hormuz, dall'Ucraina, dalla Russia, dal Qatar.

Rovigo non può permettersi questa posizione


La sindaca Cittadin non è semplicemente in minoranza rispetto ai colleghi del territorio. Ha torto sui fatti: sull'aritmetica delle riserve, sul funzionamento del mercato energetico, sulla direzione in cui si muove l'Europa intera per costruire una vera sicurezza energetica.
Il Polesine ha già pagato il prezzo delle estrazioni fossili: decenni di subsidenza, territori che si trovano oggi fino a quattro metri sotto il livello del mare. Sostenere le trivelle come soluzione al caro-energia significa proporre, come rimedio, la stessa dipendenza fossile che la crisi iraniana sta smascherando in queste ore come la nostra vulnerabilità più grande. Sarebbe pagare due volte per la stessa illusione.
Senza considerare il contributo dei combustibili fossili all'effetto serra e ai cambiamenti climatici.
Senza considerare il fenomeno della subsidenza nel Delta del Po ed il fatto che negli ultimi 30 anni il Mare Adriatico si è già alzato di 9 cm.
Senza considerare che gli investitori internazionali stanno abbandonando sistematicamente gli asset fossili: finanziare oggi nuove estrazioni significa costruire infrastrutture destinate a diventare crediti inesigibili — i cosiddetti "stranded assets" — prima ancora di aver ammortizzato i costi.
Senza considerare che un territorio che punta sulle fossili perde attrattività per le imprese più innovative: le grandi aziende manifatturiere europee cercano oggi energia rinnovabile certificata per rispettare i propri obiettivi ESG, e un Polesine trivellato non è il Polesine in cui vogliono investire.
Senza considerare che l'Europa ha già fissato per legge la fine del gas come fonte primaria: ogni concessione estrattiva aperta oggi è destinata a chiudere per decreto prima di aver prodotto abbastanza da giustificare i costi.


Le rotte del gas in Italia

1. Algeria: il primo fornitore

L’Algeria è oggi il principale fornitore di gas naturale per l’Italia, con oltre il 35% delle importazioni totali. Il gas algerino arriva attraverso il gasdotto TransMed (Enrico Mattei), che parte dai giacimenti del deserto algerino, attraversa la Tunisia e approda a Mazara del Vallo, in Sicilia. Da lì viene distribuito alla rete nazionale. 
Negli ultimi anni, grazie agli accordi tra ENI e la compagnia algerina Sonatrach, i flussi di gas da questo Paese sono stati aumentati, compensando in parte la riduzione di quelli russi.

2. Azerbaigian: il gas del Caucaso

L’Azerbaigian rappresenta una fonte sempre più strategica per l’Italia. Il gas azero arriva attraverso il gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline), operativo dal 2020, che trasporta il gas dai giacimenti del Mar Caspio, attraversando Georgia, Turchia, Grecia e Albania, per poi approdare a Melendugno, in Puglia. Il TAP copre oggi circa il 15% delle importazioni italiane e ha un ruolo chiave nella diversificazione energetica europea, riducendo la dipendenza da Mosca.

3. Nord Europa e Norvegia: stabilità e continuità

Un’altra fetta importante del gas italiano arriva dal Nord Europa, in particolare dalla Norvegia, che fornisce circa il 10% del fabbisogno tramite connessioni con la rete europea. Il gas norvegese è considerato tra i più affidabili in termini di continuità di fornitura e qualità, ed è trasportato attraverso il gasdotto Transitgas, che attraversa Svizzera e Germania prima di arrivare in Italia. Questa rotta garantisce un’alternativa stabile, soprattutto nei mesi invernali quando i consumi aumentano.

4. Libia: una fonte preziosa ma instabile

Il gas proveniente dalla Libia arriva attraverso il gasdotto GreenStream, lungo oltre 500 chilometri, che collega Mellitah (in Libia) a Gela, in Sicilia. Copre oggi circa il 5% delle importazioni, ma le forniture sono soggette a forti fluttuazioni a causa dell’instabilità politica del Paese. Nonostante ciò, il gas libico rappresenta ancora un tassello importante del mix energetico italiano.

5. GNL: il gas via nave

Un contributo sempre più rilevante arriva dal GNL (gas naturale liquefatto), trasportato via nave e rigassificato nei porti italiani. Attualmente, l’Italia dispone di tre principali terminali di rigassificazione:
Panigaglia (La Spezia); Livorno (OLT Offshore LNG Toscana); Rovigo (Adriatic LNG).
A questi si aggiungono due nuove strutture galleggianti, a Piombino e Ravenna, operative dal 2024.
Il GNL proviene da diversi Paesi, tra cui Qatar, Stati Uniti, Nigeria e Angola, e rappresenta circa il 20% dell’import complessivo.




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