I pini tagliati, le piante nuove morte e i premi incassati
Sessantadue pini abbattuti, le sostituzioni già secche, e intanto fioccano i bonus. Una storia di verde distrutto e denaro pubblico speso due volte male.
Corso Garibaldi. Sessantadue pini. Un filare intero, abbattuto nell'ambito di un progetto di riqualificazione urbana che il Circolo Legambiente Adria-Delta del Po aveva contestato con forza, documentazione alla mano, prima che i lavori cominciassero. L'amministrazione comunale era andata avanti lo stesso, convinta delle proprie ragioni. Fin qui, una storia già sentita: cittadini che protestano, giunte che tirano dritto. Normale dialettica democratica, si direbbe.
Ma quello che è successo dopo merita una riflessione ben più amara.
Le nuove piante? Molte sono già morte.
I lavori sono terminati. Il verde di sostituzione è stato messo a dimora. Peccato che una parte significativa delle nuove piante sia già secca, morta, ridotta a stecchi che non promettono nulla di buono. E quelle che ancora resistono? Danneggiate. Compromesse nel punto più delicato, il colletto radicale, da tagli d'erba eseguiti a raso, con mezzi meccanici che hanno sfregato e ferito la corteccia giovane alla base del fusto. Una pratica vietata da qualsiasi manuale di agronomia, in contrasto esplicito con quanto previsto dal capitolato d'appalto e — cosa ancora più grave sul piano formale — in aperta violazione dei Criteri Ambientali Minimi (CAM), quei parametri obbligatori introdotti proprio per garantire che gli appalti pubblici non si trasformino in danni ambientali.
Siamo di fronte, dunque, non a un incidente sfortunato, ma a una doppia negligenza: prima si decide di tagliare un patrimonio arboreo maturo e consolidato, poi si fallisce persino nel compito di rimpiazzarlo adeguatamente.
E ora arrivano i premi. Per tutti. Tranne per gli alberi.
Fin qui la cronaca, già abbastanza sconfortante. Ma è a questo punto che la storia assume i contorni del paradosso — o della beffa, a seconda dei punti di vista.
L'impresa esecutrice ha incassato un premio di accelerazione di 11.000 euro per aver consegnato il cantiere prima della scadenza prevista. Tecnicamente dovuto, per contratto. Formalmente ineccepibile. Ma prima della scadenza di cosa, esattamente? Della proroga. Sia chiaro: non del termine originario, già slittato, ma della sua estensione. Un premio per aver finito in tempo rispetto a una data che era già stata spostata. Un riconoscimento economico per una performance che, alla luce dei risultati sul campo, suona come una crudele ironia: si è fatto in fretta, sì. Si è fatto bene? Le piante morte rispondono per noi.
Ma non finisce qui. I tecnici che hanno partecipato al progetto — progettazione, direzione lavori, collaudo — hanno incassato complessivamente 32.000 euro lordi di compensi professionali aggiuntivi. Denaro pubblico, naturalmente. Soldi dei contribuenti adriesi, distribuiti a chi ha seguito un'opera il cui esito è sotto gli occhi di tutti: verde di sostituzione in parte già morto, in parte compromesso da interventi di manutenzione eseguiti in violazione delle stesse prescrizioni tecniche che quei tecnici avrebbero dovuto far rispettare.
La critica ricevuta avrebbe dovuto insegnare qualcosa.
L'amministrazione comunale sapeva benissimo di operare sotto i riflettori. Legambiente aveva alzato la voce. I cittadini avevano osservato. Il progetto era stato contestato pubblicamente. In una situazione del genere, qualsiasi amministratore dotato di un minimo di senso politico — oltre che tecnico — avrebbe capito che almeno l'esecuzione doveva essere impeccabile. Che se si abbattono 62 pini tra le polemiche, il minimo sindacale è che le piante sostitutive attecchiscano, crescano e vengano curate come si deve.
Sarebbe stato, tra l'altro, un gesto intelligente. Un modo per dire: "Avete criticato il progetto, ma guardate con che cura stiamo curando il risultato." Invece no. Si è continuato come se nulla fosse, affidando i lavori alla routine, rinunciando a qualsiasi sorveglianza puntuale sull'operato delle ditte incaricate, ignorando — o fingendo di ignorare — le prescrizioni tecniche contenute nel capitolato stesso. Quelle che vietavano esplicitamente di fare quello che è stato fatto. Quelle che i tecnici pagati per vigilare avrebbero dovuto far rispettare.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: piante morte, piante ferite, e un quartiere che ha perso un patrimonio verde senza aver guadagnato nulla in cambio. Ma con i premi già riscossi.
Il verde urbano non è arredo.
C'è un equivoco culturale profondo che vicende come questa rivelano con impietosa chiarezza. Il verde urbano viene ancora troppo spesso trattato come un elemento decorativo, sostituibile, gestibile con la stessa logica con cui si rivernicia un muretto o si rimpiazza una panchina rotta. Ma non funziona così. Un albero adulto è un ecosistema. Filtra polveri sottili, abbatte il rumore, regola la temperatura, offre habitat a insetti e uccelli, trattiene acqua nel suolo. Un albero piantato oggi impiegherà decenni per svolgere anche solo una frazione di quei servizi. E se nel frattempo muore per incuria — o viene strangolato da un decespugliatore mal usato — quei decenni sono semplicemente persi.
I Criteri Ambientali Minimi non sono burocrazia, sono il minimo di civiltà che uno Stato che si dice attento all'ambiente dovrebbe garantire in ogni appalto pubblico. Ignorarli o aggirarli non è efficienza: è sprecare denaro pubblico e distruggere patrimonio collettivo. Due volte. Prima tagliando quello che c'era. Poi non riuscendo a far crescere quello che doveva venire dopo.
Una lezione che ancora non è stata imparata. E che è costata cara.
Legambiente Adria aveva ragione a contestare il progetto. Ma anche chi all'epoca pensava che la questione fosse esagerata o eccessivamente ideologica dovrebbe oggi avere qualcosa da ridire: non sul merito del dibattito iniziale, ma sull'esito concreto — e sui soldi spesi per ottenerlo.
Si è speso denaro pubblico per tagliare alberi sani, piantare alberi nuovi, farli morire, e premiare chi ha condotto l'intera operazione. Questo non è ambientalismo contro sviluppo: è semplicemente cattiva amministrazione. Resa ancora più indigeribile dal fatto che i conti, per qualcuno, tornano perfettamente — mentre per il verde della città non tornano affatto.
La speranza è che questa vicenda non venga archiviata in silenzio. Che ci sia un'ispezione seria sull'esecuzione dei lavori, un accertamento delle responsabilità rispetto al mancato rispetto del capitolato e dei CAM, e — se del caso — il recupero dei danni a carico di chi ha eseguito i lavori senza rispettare le prescrizioni tecniche. E che la prossima volta, prima di distribuire premi, qualcuno si preoccupi almeno di verificare che le piante siano vive.
Il verde di Adria lo merita. I cittadini di Adria di più.