Trivelle in Alto Adriatico: un pericolo che il Polesine non può permettersi
Il governo Meloni riapre i rubinetti del fossile; i rischi per il Delta del Po sono reali, concreti e irreversibili.
Eh già… ma sono ancora qua.
Il tempo di inventarsi un’altra diavoleria…
Parafrasando una nota canzone di Vasco Rossi. Era febbraio
2022, stessa piazza, stesso tema: le trivellazioni in Alto Adriatico.
Abbiamo detto no allora, ribadiamo oggi nuovamente NO con
forza e convinzione.
Le trivelle sono una scelta sbagliata, nel momento
sbagliato.
La giustificazione adottata è quella della sicurezza
energetica nazionale. Il piano del Ministero dell'Ambiente punta a sbloccare le
estrazioni al largo del Veneto per avere subito 2,5 miliardi di metri cubi di
gas per un totale di 30-40 miliardi di mc aggiuntivi in dieci anni, a
fronte di un consumo annuo di 70 miliardi di mc. Numeri che si rivelano del
tutto insufficienti a giustificare i rischi cui si espone un territorio fragile
come il nostro anche al più distratto degli osservatori.
E’ una partita economica, non ambientale
Prima ancora di parlare di ambiente, occorre smontare la
narrazione del "gas per tutti a prezzi bassi". L'incremento della
produzione nazionale di metano sarà di 30-40 miliardi di metri cubi di gas in
un decennio: si tratta di meno del 4% del fabbisogno annuo, e solo a
pieno regime dopo anni di estrazioni.
Lo stesso ministro delle Imprese Adolfo Urso ha ammesso che
si potrebbe ricominciare già dagli impianti esistenti, senza nuove
perforazioni. Il beneficio per i cittadini in bolletta sarebbe marginale se non
del tutto nulli, mentre i rischi ambientali sarebbero assolutamente concreti e
duraturi. Chi guadagna davvero da questa operazione? Le compagnie energetiche,
che da anni ambiscono a quella porzione di Adriatico.
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| https://www.arcgis.com/apps/instant/basic/index.html?appid=7ca4e5edfc4349e48dc3529795988d89 |
Di fronte alle pressioni delle associazioni ambientaliste, dei comitati cittadini e delle amministrazioni locali, la Regione Veneto aveva istituito un apposito tavolo tecnico-scientifico per valutare i rischi. Il verdetto è stato inequivocabile: "inaccettabile sia sotto il profilo ambientale che socio-economico il minimo incremento del rischio di subsidenza legato all'estrazione del gas metano in alto Adriatico", sottolineando che le carenze conoscitive evidenziate non consentono di escludere effetti significativi sull'ambiente marino e costiero del Polesine e del delta del Po.
Un giudizio chiaro, emesso da esperti indipendenti. Eppure
il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha affermato che il
governo intende andare avanti seppur "con le dovute cautele",
invocando le tensioni energetiche internazionali come scudo contro qualsiasi
obiezione scientifica. Il principio di precauzione, cardine del diritto
ambientale europeo, viene accantonato sull'altare dell'emergenza energetica.
Intanto il fotovoltaico e l’eolico vengono osteggiati. Le comunità
energetiche fatte sparire dall’agenda. La transizione alla mobilità elettrica,
unici al mondo, osteggiata. Eppure né sole né vento hanno mai mandato la
bolletta…
La memoria storica che non dobbiamo perdere
Chi vive in Polesine sa bene cosa significano le
trivellazioni. Non si tratta di una minaccia astratta: è già accaduto. Nel 1959
c'erano 1.424 pozzi che estraevano fino a 300 milioni di metri cubi di gas
all'anno. Dopo che un'indagine governativa scoprì che le trivellazioni stavano
causando lo sprofondamento del terreno, l'attività estrattiva fu interrotta nel
1965.
Le conseguenze di quella stagione estrattiva sono ancora
visibili e gli effetti economici si fanno sentire ancora oggi: il Polesine è
una terra che vive sotto il livello del mare, tenuta in vita da un sistema di
argini e idrovore sapientemente gestiti e governati dai Consorzi di Bonifica,
una rete che non ammette ulteriori cedimenti.
L'isola della Batteria è stata abbandonata negli anni Settanta come conseguenza diretta di quella subsidenza. È un monumento alla sconsideratezza estrattiva del Novecento. Vogliamo davvero replicare quell'errore?
Ma al di là dei numeri, cosa rischia davvero chi abita
queste terre?
Subsidenza e innalzamento del mare. Anche se i nuovi
pozzi sono offshore e non sulla terraferma come negli anni Sessanta, sono
abbastanza vicini da provocare effetti di abbassamento anche sulla terraferma.
Un territorio che è già in parte sotto il livello del mare non può permettersi
nemmeno un millimetro aggiuntivo di sprofondamento. Le conseguenze sarebbero
drammatiche per la sicurezza idraulica dell'intera provincia. Tanto più che a
causa dei cambiamenti climatici, checché ne dicano i negazionisti, il Mare
Adriatico ha subito un innalzamento di 9 cm negli ultimi 30 anni.
Rischio per l'agricoltura e la vallicultura.
L'aumento della salinità danneggia l'agricoltura. L’intrusione salina nelle
falde e nei canali irrigui, fino ad oltre 40 km dalla costa, mette a rischio le
colture del territorio, che rappresentano la spina dorsale dell'economia
locale. Le valli da pesca vedono alterato il loro mix di acqua di mare ed acqua
dolce, arrecando danni alle produzioni.
Danni alla pesca, alla biodiversità marina, al turismo.
Il Delta del Po è un'area di altissimo pregio naturalistico, riconosciuta
dall'UNESCO, che ospita specie ittiche di grande valore economico ed ecologico.
Le operazioni di trivellazione portano con sé rischi di inquinamento acustico,
sismico e chimico che possono alterare irreversibilmente gli ecosistemi marini
e lagunari. Il Parco del Delta del Po è un patrimonio che attira visitatori,
birdwatcher, pescatori sportivi e turisti naturalistici.
Nessun indennizzo (incerto) sarebbe in grado di ripagare
danni certi. Tanto più, che come spesso succede in Italia, gli utili vanno alle
imprese ed i costi vengono scaricati sulla collettività (Coimpo, Polychimica,
ex Sideradria, tanto per citarne alcuni vicini e recenti)
Una scelta in contraddizione con il futuro
La decisione contrasta con gli impegni presi dall'Italia
sull'azzeramento delle emissioni inquinanti a livello internazionale, con la
modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione che stabiliscono la
protezione dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nell'interesse
delle future generazioni.
Il Polesine non ha bisogno di nuove piattaforme al largo delle sue coste:
ha bisogno di investimenti nelle energie rinnovabili, nella riqualificazione
del territorio, nella tutela della biodiversità del Delta, nello sviluppo di un
turismo sostenibile di qualità. Ha bisogno che lo Stato lo consideri come una
risorsa preziosa da proteggere, non come un serbatoio da svuotare, o una
pattumiera da riempire.
Purtroppo il tema si ripresenta ciclicamente e il Delta si
dimostra sempre più un territorio già delicato e fragile di suo, da tutelare.
Non possiamo permettere che la fragilità di questa terra venga scambiata per
un'opportunità estrattiva né che ci si aspetti di venderci questa operazione
come un beneficio. I polesani non sono stupidi. Ora basta.
Per questi motivi diciamo NO alle trivellazioni, per questi
motivi saremo al fianco degli amministratori del Delta sabato 21, per questi
motivi ti chiediamo di esserci anche tu.


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