Tra miraggio e realtà: cosa c'è dietro il «lago sotterraneo» tra Chioggia e Cavarzere
Nei scorsi giorni la cronaca
locale e nazionale ha rilanciato con enfasi una notizia apparentemente straordinaria:
la scoperta di un immenso «lago sotterraneo» di acqua dolce, esteso decine di
migliaia di ettari tra Chioggia e Cavarzere, paragonato per dimensioni al Lago
di Garda. In un territorio come il basso Veneto, stretto da anni nella morsa
della siccità estiva e della risalita record del cuneo salino, l’annuncio è
suonato quasi come un miracolo geologico.
Tuttavia, quando si parla di
equilibri idrogeologici nel delta padano-veneto, gli slogan sensazionalistici
rischiano di oscurare la complessità tecnica e i pericoli ambientali. Per
capire la portata reale della questione, occorre smontare la retorica del
"tesoro nascosto" ed esaminare da vicino cosa dice la scienza, cosa
insegna la storia mineraria locale e quali rischi si correrebbero con un approccio
estrattivo miope.
Nessuna caverna: cos’è davvero il
corpo idrico a 30 metri
La prima precisazione geologica è
d'obbligo: non esiste alcuna caverna sommersa. Quello documentato dalle
indagini del progetto europeo SWAMrisk (condotte da un partenariato scientifico
che include l'Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR, l'Università degli
Studi di Padova e il Consorzio di Bonifica Bacchiglione) è un acquifero
confinato situato a una profondità compresa tra circa 28 e 35 metri dal piano
di campagna.
![]() |
| Una rappresentazione, fuorviante, del "lago" |
Si tratta di un paleo-alveo
fluviale sepolto: un antico letto di sabbie permeabili deposto dai fiumi prima
dell'ultima trasgressione marina, protetto e sigillato da una spessa coltre
argillosa e limosa impermeabile (acquitard). Al di sopra di questo diaframma,
nei primi 10-15 metri, la falda freatica è fortemente compromessa
dall'intrusione salina, con concentrazioni saline fino a 14 grammi per litro.
Al di sotto del sigillo argilloso, invece, le sabbie custodiscono acqua a
bassissima salinità (circa 1 g/l).
Un territorio trivellato da un
secolo: perché parlarne solo oggi?
La domanda che molti osservatori
ed ecologisti si sono posti è del tutto legittima: come è possibile che in una
terra perforata per decenni da migliaia di pozzi artesiani, sondaggi geotecnici
e carotaggi profondi nessuno si fosse accorto di questo strato?
La risposta risiede nei diversi
obiettivi industriali del passato e nell'evoluzione degli strumenti
diagnostici:
·
Le estrazioni di acque metanifere
(anni '30 - '60): La corsa al metano biogenico disciolto nelle falde quaternarie
puntava a profondità comprese tra 150 e 600 metri. I primi 30 metri di
sovralluvionamento venivano incamiciati e oltrepassati rapidamente perché privi
di gas in pressione.
·
Le prospezioni petrolifere: Le perforazioni profonde di
ricerca petrolifera (Agip/Eni) scendevano fino a 3.500–5.000 metri verso il
basamento carbonatico mesozoico, considerando i primi decimi di centinaia di
metri semplice coltre di copertura sterile.
·
I rilievi geofisici moderni: I pozzi tradizionali forniscono
informazioni puntuali, limitate al singolo foro. La vera novità del progetto
SWAMrisk è stata l'applicazione di metodologie geofisiche continue, come
l'elettromagnetismo aereo (AEM) e le tomografie di resistività elettrica,
capaci di "radiografare" il sottosuolo dall'alto senza alterarlo,
dimostrando per la prima volta la continuità laterale e l'integrità del corpo
sabbioso su un'estensione stimata tra 25.000 e 30.000 ettari.
La rilevanza, dunque, non è la
"scoperta" della sabbia a 30 metri, ma la dimostrazione che
quell'orizzonte è rimasto protetto dalla contaminazione salina che invece ha
divorato le falde soprastanti.
Il pericolo da non sottovalutare:
subsidenza e collasso salino
L'illusione più pericolosa
sarebbe pensare di trattare questo acquifero come un rubinetto da aprire
indiscriminatamente per irrigare i campi durante le secche estive. Un
emungimento convenzionale e intensivo innescherebbe due processi devastanti:
1. Nuova subsidenza artificiale: Il Polesine e la Bassa Padana
conoscono fin troppo bene il prezzo dell'estrazione di fluidi sotterranei.
L'acqua interstiziale nei pori della sabbia sostiene il carico litostatico.
Depressurizzare la falda significa far collassare lo scheletro solido dei
sedimenti alluvionali fini, provocando la compattazione irreversibile delle
argille e l'abbassamento del suolo. In un'area già situata tra zero e tre metri
sotto il livello medio del mare, cedere ulteriori centimetri comporterebbe un
danno incalcolabile alla sicurezza idraulica.
2. Inversione dei gradienti e
avvelenamento salino: Finché l'acquifero è in pressione idrostatica, resiste alla
penetrazione delle acque salse circostanti. Se la pressione cala a causa dei
pompaggi, si attivano richiami laterali dall'Adriatico e fenomeni di upconing
(risalita di acque salate dal basso). Inoltre, l'acqua salmastra superficiale
(14 g/l) finirebbe per percolare verticalmente attraverso fessurazioni o lungo
i tubi stessi dei pozzi, distruggendo per sempre la qualità della risorsa
dolce.
Dalla predazione alla gestione
circolare: la tecnologia ASR
Come evidenziato dai ricercatori
del CNR e dalle relazioni tecniche dell'ANBI Veneto (l'Associazione regionale
dei Consorzi di gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue), questo
paleo-alveo non deve diventare una cava d'acqua, bensì un'infrastruttura
naturale di regolazione tramite schemi di ASR (Aquifer Storage and Recovery).
La strategia delineata si
articola in due fasi complementari:
·
Ricarica controllata nei periodi
di morbida: Durante l'autunno e l'inverno, quando i fiumi hanno portate
elevate, le acque dolci in eccesso possono essere filtrate e reiniettate a
pressione controllata nel serbatoio sabbioso profondo. Questa operazione
rigonfia la "bolla" piezometrica, creando una barriera idraulica attiva
che respinge il cuneo salino sotterraneo e contrasta i cedimenti del suolo.
·
Restituzione calibrata nelle
emergenze: Solo nei picchi siccitosi estivi è ipotizzabile attingere a
volumi rigorosamente limitati e pre-stoccati, monitorando costantemente le
quote piezometriche per evitare la decompressione dei terreni.
L'esperienza ci impone di
abbandonare l'antropocentrismo estrattivo del Novecento. Il "lago" di
Cavarzere e Chioggia non è una scorciatoia per continuare a consumare risorsa
idrica senza freni, ma un banco di prova per dimostrare se siamo capaci di
pianificare una gestione idrologica integrata, che difenda il territorio dal
sale senza farlo sprofondare.
Riferimenti e fonti documentali
·
CNR - IGG (Istituto di Geoscienze
e Georisorse): Rilievi idrogeofisici ed elettromagnetici sulla salinizzazione
delle falde costiere alto-adriatiche.
·
Progetto SWAMrisk (Interreg
Italy-Croatia): Studi sulla vulnerabilità e la mitigazione del cuneo salino
negli acquiferi di transizione costiera.
·
ANBI Veneto / Consorzio di Bonifica
Bacchiglione: Report tecnici e note divulgative sulla mappatura delle risorse
idriche sotterranee e progetti pilota di ricarica controllata della falda
(MAR/ASR).
·
ARPAV (Agenzia Regionale per la
Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto): Rapporti sullo stato
idrogeologico, monitoraggio del cuneo salino e subsidenza costiera.

Commenti
Posta un commento